Cracovia, Auschwitz Birkenau. Il racconto di un viaggio che lascia un segno nel profondo.

Fondata secondo un’antica leggenda da “Krakus”, il principe polacco che diede il nome alla città e sconfisse il famelico drago presso la collina di Wavel, Cracovia è stata per tanto tempo capitale della Polonia e tutt’oggi rimane il suo principale centro culturale, artistico e universitario. Nel corso della storia ha potuto vantare notevoli riconoscimenti: primo sito UNESCO in Europa nel 1978; prima città dell’Europa continentale a ricevere il titolo di città della letteratura nel 2013 e nel 2014 viene proclamata perfino città dello sport. Un volto poliedrico quello di Cracovia che quest’anno è stata scelta come meta del viaggio scolastico per le classi del quinto anno insieme a siti limitrofi divenuti iconici per l’importante testimonianza storica offerta ai visitatori: Auschwitz e Birkenau. Alla visita dei campi di concentramento, luoghi avvolti da macerie e silenzio in grado di suscitare i dovuti interrogativi intorno alle dinamiche della shoah e agli orrori della II guerra mondiale, ha fatto seguito la gita guidata a Wieliczka, miniera di sale che si estende oltre i 3,5 km e che è comunemente conosciuta come “la cattedrale di sale sotterranea della Polonia”.  

Ripercorrendo alcune tappe del viaggio, che ha avuto inizio il 27 novembre e si è concluso il 3 dicembre, Silvia Catania, studentessa della classe V Stem, ha condiviso con noi alcuni momenti significativi portandoci con sé nei campi sterminati della Polonia, lì dove tutto obbliga a ricordare, riflettere, commemorare:

Martedì 28 dicembre siamo partiti in pullman per raggiungere i campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Noi compagni abbiamo proposto la Polonia come viaggio d’istruzione proprio perché visitare un luogo così toccante deve essere fatto almeno una volta nella vita.

Finalmente oltre a studiare uno degli eventi più importanti della storia, riusciamo a viverla, a toccarla con i nostri occhi e sentirla emotivamente.

L’atmosfera era macabra, fuori si congelava e tutto rendeva ancora più reale l’esperienza, proprio perché non riuscivamo a capacitarci di quanta forza i prigionieri abbiano avuto per lavorare con determinate temperature.

Abbiamo varcato il famoso cancello con la frase “ARBEIT MACHT FREI, il lavoro rende liberi” e la prima domanda che ti poni è: “Questo è l’inferno?”, proprio come lo definisce Primo Levi nel libro “Se questo è un uomo” che racconta come l’essere umano venga privato di tutti i valori prima di morire. Ci muovevamo con lo sguardo basso, quasi come se non volessimo davvero vedere tutto quello che ci circondava, anche perché della guerra mondiale ne abbiamo sentito parlare fino allo sfinimento, tramite libri, lezioni o documentari, ma trovarci a faccia a faccia con tutti gli oggetti personali, i capelli, i dormitori e le loro valigie, ti rende debole e incapace di realizzare come un uomo possa diventare un vero e proprio mostro.

Finita la mostra ad Auschwitz, abbiamo varcato la vera e propria porta dell’inferno a Birkenau, che a differenza del precedente, era immenso, un campo distrutto, vuoto ma pieno di orribili ricordi della crudeltà e del dolore dell’uomo.

Ancora oggi mi fermo e non riesco a immaginare una persona che vive con la morte davanti agli occhi che sussurra costantemente “Sarai tu il prossimo” e che non sa se si sveglierà il giorno dopo. 

Da queste parole traspare l’amarezza di un’esperienza tanto brutale quanto essenziale e formativa, affiancata da tanti altri momenti vissuti all’insegna di gioia e condivisione.

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